Pubblicato Mercoledì, 10 Novembre 2010 00:00

L'anima

L'anima

"L'anima dell'uomo proviene dal cielo e il suo corpo dalla terra".

Sifrè, Deut.


"Lo spirito ritorna a Dio che lo ha dato. Rendilo a lui; come te lo ha dato in purezza, rendiglielo in purezza."

(Eccles.)

Secondo il Talmud, l'uomo è somigliante a Dio perché è stato dotato di anima ed è questo il motivo per cui è superiore alle altre creature. Tra l'anima e il corpo c'è lo stesso rapporto che c'è tra Dio e l'universo e il carattere della vita dipende dalla cura che l'individuo pone nel conservare pura la propria anima.
"Un re distribuiva vesti e regali ai suoi servi. Coloro che erano saggi le piegarono e le riposero in una scatola; coloro che invece erano insensati andarono al lavoro tenendole addosso. Dopo un certo tempo, il re chiese che gli venissero restituite le vesti. I saggi gliele restituirono pulite, gli stolti gliele restituirono sporche. Il re si compiacque con i servi saggi e si adirò con gli stolti. Riguardo ai primi ordinò che rimettessero le vesti nel tesoro e se ne andassero a casa in pace. Ai servi stolti ordinò che dessero le vesti ai lavandai e che fossero imprigionati. Così il Santo che benedetto sia dice del corpo del giusto: "Entri in pace; riposino nei loro letti, ciascuno che cammina nella sua dirittura." E dell'anima: "L'anima del mio Signore sarà legata nel vincolo della vita col Signore tuo Dio". Del corpo del malvagio il Santo che benedetto sia dice: "Non c'è pace per i malvagi". E dell'anima: "L'anima dei tuoi nemici, che Egli scaglierà, come dal cavo della fionda."
L'anima viene definita con cinque nomi. Néphesh: il sangue, "Perché il sangue è la vita". Ruach, ciò che sale e scende, "Chi sa se lo spirito dell'uomo sale in alto?". Neshamà: la disposizione. Chayyah: dotata di vita, perché tutti gli organi muoiono, ma l'anima sopravvive. Jechidah: l'unica, perché tutte le membra sono a coppie, mentre l'anima è l'unica nel corpo. 
Nephesh si identifica col sangue ed indica la vitalità: per questo motivo è comune agli animali e agli uomini. "Ogni nephesh ristora il nephesh e ogni cosa vicina al nephesh ristora il nephesh": ogni creatura, animale terrestre o pesce, aggiunge la propria vitalità a quella della persona che la mangia. Il nephesh cessa con la morte. 
Ruah e neshamà designano la psiche dell'essere umano e solo di esso, non degli animali. Indicano, in sostanza, il soffio che Dio ha instillato in ogni essere umano e cioè quello che esso ha di immortale. 
"Domandò l'imperatore Marco Aurelio a R. Jeduah, il compilatore della Mishnah: "Quando l'anima viene impiantata nell'essere umano, al momento della concezione o la tempo della formazione dell'embrione?"  "Nel tempo della formazione"rispose R. Jeduah. "È possibile che un pezzo di carne non si corrompa senza venire salato?" obiettò Marco Aurelio. A che R.Jeduah esclamò: "Marco Aurelio mi ha insegnato qualcosa, e un testo conforta il suo punto di vista, cioè: "La tua visitazione ha preservato il mio spirito." 
Secondo il Talmud le anime preesistono al corpo. "Nel settimo cielo, Araboth, sono adunati gli spiriti e le anime che devono ancora essere creati". E cioè le anime non ancora nate, che devono ancora essere unite ai corpi. E "Il figlio di David (il Messia) non verrà fin tanto che non siano giunte al loro termine tutte le anime del Guph" e cioè della dimora celeste, dove le anime attendono il momento per essere unite ad un corpo umano. L'anima è la forza spirituale interiore dell'uomo, che lo innalza al di sopra della sua natura animale. Gli ispira gli ideali e lo indirizza a scegliere il bene. L'osservanza del giorno sacro, il Shabbath, accresce la forza dell'anima perché "Un'anima addizionale viene data all'uomo la vigilia del Shabbath e gli viene tolta al termine del Shabbath". 
Soltanto se l'uomo è consapevole del dono prezioso che ha ricevuto, può godere dell'influsso della volontà di Dio. Per questo motivo ogni mattina, quando si sveglia, deve recitare questa preghiera: "O mio Dio, l'anima che Tu mi hai dato è pura. Tu la creasti in me, Tu la ispirasti in me, Tu la conservi in me, e Tu me la toglierai, e me la restituirai in avvenire. Per quanto tempo l'anima è in me, io renderò grazie a Te, o signore mio Dio, Dio dei miei padri, Sovrano di tutti i mondi, Signore di tutte le anime. Benedetto Tu, o Signore, che restituisci le anime ai corpi morti". Lo Zohar affronta il problema della definizione della natura e del destino dell'anima. Secondo la Cabbalà tre sono le anime presenti nell'uomo: nephesh, il principio vitale; ruach, lo spirito e neshamà, l'anima. 
Ruach e neshamà sono presenti, in potenza, nella nephesh, della quale costituiscono gradi di maggior perfezione. 
Quanto detto sta a significare che, mentre nephesh, l'anima naturale, è presente in ogni uomo già al momento della nascita, le altre due, e soprattutto la neshamà, possono essere acquisite e meritate solo attraverso la meditazione, la preghiera e la bontà. 
La neshamà è una parte di Dio stesso ed è in realtà la scintilla divina che fu posta nel primo uomo. Questo implica che l'uomo, che con la meditazione mistica si guadagna la neshamà, ottiene dentro di sé una parte dell'intelletto di Dio. Secondo lo Zohar, l'anima  naturale, nephesh, è in grado di commettere il male e di peccare, la neshamà, lo spirito divino dell'anima, è pura e perfetta. L'anima naturale è quindi soggetta alla punizione di Dio per i peccati commessi ed è mortale, mentre l'anima divina, la neshamà, è assolutamente immune dal peccato ed è immortale. Quando l'uomo commette il male, immediatamente la neshamà si allontana da lui e lo abbandona alla punizione divina. 
Anche lo Zohar sostiene che le anime sono preesistenti alla creazione, ma afferma che erano presenti nella loro individualità nella mente di Dio. 
Insieme al flusso dell'En Soph, cominciarono a scorrere attraverso le varie sfere, finché furono proiettate nell'Eden, all'esterno dell'ultima sephirà. Ogni anima, prima di entrare nel corpo che le è stato assegnato, si impegna dinnanzi a Dio a realizzare la sua volontà e ad esaltare le virtù mistiche che possono consentire all'uomo di meritare la neshamà. 
Le anime che hanno compiuto la loro missione ritornano al paradiso, rivestite di una tunica celeste, composta di buone azioni, mentre i peccatori, abbandonati dalla neshamà, sono precipitati nella Geenna infuocata, dove bruciano fino a che hanno espiato i loro peccati, oppure in eterno, se le colpe commesse sono troppo gravi. 
In alternativa al rogo infernale, l'anima di chi ha commesso colpe contro la volontà di Dio può essere messa di nuovo alla prova e costretta a reincarnarsi in un altro corpo. È questa la ghilgul, o metempsicosi.

 

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