Pubblicato Lunedì, 31 Ottobre 2011 17:05

La Dea

La Dea

Snella, affascinante. Occhi azzurri. Capelli color della fiamma. Volto pallido. Labbra rosse. La Dea. È la madre di tutti gli esseri viventi.
La trinità lunare. La Dea Bianca, la Luna Nuova, la dea della nascita e della crescita. La Dea Rossa, la Luna Piena, la dea dell’amore e della guerra. La Dea Nera, la Luna Vecchia, la dea della morte, la dea che domina il tempo.
C’è sempre stata una Dea nella storia dell’umanità. Una Dea Madre, una Grande Dea, una Dea Natura, la Madre Terra.
Ha assunto vari nomi, spesso legati ad una triade: Afrodite, Anahita,  Artemide, Astarte, Belili, Brigid, Cerere, Cibele, Dana, Diana, Durga, Hel, Kali, Inanna, Iside, Ishtar, Lakshmi, Morrigan, Ninhursag, Nut, Parvati,  Sekmet.
Spesso è tornata nel Cristianesimo, sulle ali di un’eresia mai soffocata. La Vergine Maria è stata identificata nella Triplice Dea. Così come Santa Maria Egiziaca, Maria l’Egiziana: la vergine nera vestita d’azzurro, con una collana di candide perle al collo, che ricorda molto da vicino Marian, o Mariam, l’antica dea del mare conosciuta anche come Marianne, Mirina, Marina. La Vergine Nera, l’eterna Iside adorata dal Priorato di Sion.
Il culto di Maria Egiziaca arrivò in Europa portato dai crociati, attraverso Compostela: i pellegrini portavano una conchiglia cucita sul cappello. La stessa conchiglia a pettine su cui fluttua leggera sulle onde del mare la Venere dipinta da Botticelli. Maria, Stilla Maris e cioè mirra del mare, la fonte della vita.

Una donna non con uman volto
Da’ Zefiri lascivi spinta a proda
Gir sopra un nicchio; e par che ‘l ciel ne goda
Vera la schiuma e vero il mar diresti,
E vero il nicchio e ver soffiar di venti:
La dea negli occhi folgorar vedresti,
E ‘l ciel ridergli a torno e gli elementi
L’Ore premer l’arena in bianche vesti,
L’aura incresparle e’crin distesi e lenti.

Scrive Poliziano ne Le stanze per la giostra.

In molte culture, fin dall’inizio del tempo, è presente un principio femminile, creatore della vita.
Il dio-creatore maschile è presente con una frequenza decisamente maggiore, si potrebbe obiettare. Ed è vero. Si potrebbe anche controbattere che, in una società e in una cultura patriarcali, c’è quasi da stupirsi che sia sopravvissuto il ricordo del culto della Dea. Discussioni, per le quali sono stati versati fiumi d’inchiostro e disboscate intere foreste per ricavare la carta su cui scrivere.
In qualche caso si è arrivati ad un compromesso: un principio femminile ed un principio maschile che, fondendosi, danno origine alla vita. In principio c’era il nulla, il Wu-Chi, dicono i cinesi, da cui ha avuto origine il Tai-Chi, la forza primordiale che si è divisa in Yin e in Yang.
Yin e Yang sono rappresentati da un cerchio con le due metà separate da una linea curva: nello Yin è presente un po’ di Yang e nello Yang un po’ di Yin. In tutte le cose del mondo, in tutti gli esseri, c’è una componente Yin e una componente Yang. Un dualismo risolto nell’armonia, che supera la divisione e la contrapposizione radicale tra il bene e il male propria delle varie visioni manichee del mondo, sia esso reale, metafisico o etico.
In realtà la Dea è stata quasi sempre vista come una triade di dee, o, se vogliamo, una dea che presenta tre diversi aspetti.  Appare singolare che questa concezione di una trinità sia sopravvissuta nel corso dei secoli e dei millenni e abbia un’origine molto antica, pur essendo concettualmente più complessa di un semplice dualismo.
I tre aspetti delle Dea non sono in conflitto tra loro, non sono contrapposti. E questa è un’altra particolarità. Anche Yin e Yang, pur compenetrandosi e fondendosi in modo armonioso, sono in qualche modo in conflitto tra loro, cercano di prevalere l’uno sull’altro.
Conflitto. Senza dubbio il concetto di un mondo che trae la sua origine da un conflitto tra due principi, da una lotta eterna tra bene e male, tra la luce e l’oscurità, porta a concepire la vita e i rapporti con la realtà in termini di affermazione e di negazione, di accettazione e di rifiuto. Porta a concepire i rapporti tra gli uomini in termini di amore e odio, di amicizia e di inimicizia, di uniformità e di diversità rifiutata.
In ogni religione si distingue il bene dal male. E coloro che seguono il bene da coloro che seguono il male, gli eletti dai reietti, i santi dai demoni. I buoni dai cattivi. E ogni morale definisce ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è buono e ciò che è cattivo. E li separa nettamente. Una contrapposizione che fa sì che individui, società e intere civiltà per esistere abbiano bisogno di un nemico, di qualcosa di diverso da loro contro cui lottare.
Contrapposizione. Un concetto estraneo alla Dea, la cui trinità trapassa naturalmente da un aspetto all’altro. Senza traumi, senza conflitti. Si tratta di una concezione del reale che identifica la diversità semplicemente in un naturale aspetto della vita e dell’esistenza, che sono intrinsecamente varie e multiformi.
Nascita, maturità e morte, nella più semplice interpretazione e raffigurazione della Dea, Bianca - Rossa - Nera, sono il naturale fluire della vita. Non c’è conflitto tra un’età e l’altra della vita. Non c’è nessuna volontà di esorcizzare in qualche modo la maturità e la vecchiaia, di cercare di ingannare il tempo che fluisce secondo i suoi ritmi, immutabile. Non c’è nessun timore della morte, vista come il naturale punto di arrivo di un ciclo. Che cosa poi ci sia alla fine del ciclo, può essere oggetto di discussione, è naturale: il nulla, la partecipazione ad nuovo ciclo, magari sotto un’altra forma, l’ingresso in un livello di esistenza più alto, o più basso. C’è spazio per tutte le ipotesi. Tutte con pari dignità.
Un dato di fatto. L’armonia e cioè la mancanza di conflitti, e la serenità interiore che ne deriva, costituisco già un premio già di per sé.
La religione Wiccan è senza dubbio quella che più sembra avvicinarsi alla Dea. È però una religione, completa di dottrina, riti, liturgia. “Fai ciò che vuoi purché tu non faccia del male a nessuno”: una frase molto concisa, che pure condensa in sé un’intera morale, la morale Wiccan. Concisa, non del tutto adeguata alla varietà di situazioni che si presentano nella vita, ma pur sempre una morale, che stabilisce una regola ed è inserita in una serie di prescrizioni e di rituali. Una religione, che fissa le caratteristiche, gli attributi della divinità e pretende di trasformare, come tutte le religioni, le fantasie in realtà. Come tutte le religioni inverte i termini della creazione, trasformando la divinità in una creatura dell’uomo. E, come tutte le religioni, pretende e s’illude di assoggettare la volontà della divinità con l’espletamento di rituali e il rispetto di regole da parte dell’uomo. Regole e rituali ideati e stabiliti dall’uomo.
La Dea è. Ed è tutto quello che si può dire. Esiste un principio creatore, una forza, una volontà immanente nella vita. In tutte le forme di vita. Una forza che trascorre, che fluisce in un eterno ciclo di nascita, di vita e di morte. Questa forza è stata intuita, percepita dall’uomo fin dall’inizio del tempo, o, forse, l’uomo ha da sempre sentito l’esigenza di credere che esistesse. Un’illusione, forse, ma la vita è intorno a noi, è dentro di noi. E non è un’illusione.
E allora, che cosa cambia, se si arriva a questa consapevolezza? Cambia. Perché si capisce che è bello vedersi vivere. È bello sentirsi vivere. Avere la consapevolezza della propria esistenza nel tempo e nello spazio. La meta della filosofia Zen. È bello vivere senza conflitti, nel rispetto di tutto quanto scorre intorno a noi, nella consapevolezza che noi scorriamo con l’universo. Ci sarà un premio, alla fine? Chi lo sa! Sciocco trasformare le speranze in certezze. Di sicuro, se esiste un giudizio, alla fine di tutto, sempre che esista davvero una fine, chi avrà rispettato la Dea, non sarà giudicato male.
La Dea. Deve essere per forza femminile, il principio creatore? Probabilmente non è né maschio, né femmina. È, semplicemente. Ma non ha alcuna colpa la fantasia che immagina la Dea snella, affascinante, con gli occhi azzurri, le labbra rosse e il viso pallido come la Luna, incorniciato da lunghi capelli color della fiamma.

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