Pubblicato Lunedì, 31 Ottobre 2011 17:05

La Dea

La Dea

Snella, affascinante. Occhi azzurri. Capelli color della fiamma. Volto pallido. Labbra rosse. La Dea. È la madre di tutti gli esseri viventi.
La trinità lunare. La Dea Bianca, la Luna Nuova, la dea della nascita e della crescita. La Dea Rossa, la Luna Piena, la dea dell’amore e della guerra. La Dea Nera, la Luna Vecchia, la dea della morte, la dea che domina il tempo.
C’è sempre stata una Dea nella storia dell’umanità. Una Dea Madre, una Grande Dea, una Dea Natura, la Madre Terra.
Ha assunto vari nomi, spesso legati ad una triade: Afrodite, Anahita,  Artemide, Astarte, Belili, Brigid, Cerere, Cibele, Dana, Diana, Durga, Hel, Kali, Inanna, Iside, Ishtar, Lakshmi, Morrigan, Ninhursag, Nut, Parvati,  Sekmet.
Spesso è tornata nel Cristianesimo, sulle ali di un’eresia mai soffocata. La Vergine Maria è stata identificata nella Triplice Dea. Così come Santa Maria Egiziaca, Maria l’Egiziana: la vergine nera vestita d’azzurro, con una collana di candide perle al collo, che ricorda molto da vicino Marian, o Mariam, l’antica dea del mare conosciuta anche come Marianne, Mirina, Marina. La Vergine Nera, l’eterna Iside adorata dal Priorato di Sion.
Il culto di Maria Egiziaca arrivò in Europa portato dai crociati, attraverso Compostela: i pellegrini portavano una conchiglia cucita sul cappello. La stessa conchiglia a pettine su cui fluttua leggera sulle onde del mare la Venere dipinta da Botticelli. Maria, Stilla Maris e cioè mirra del mare, la fonte della vita.

Una donna non con uman volto
Da’ Zefiri lascivi spinta a proda
Gir sopra un nicchio; e par che ‘l ciel ne goda
Vera la schiuma e vero il mar diresti,
E vero il nicchio e ver soffiar di venti:
La dea negli occhi folgorar vedresti,
E ‘l ciel ridergli a torno e gli elementi
L’Ore premer l’arena in bianche vesti,
L’aura incresparle e’crin distesi e lenti.

Scrive Poliziano ne Le stanze per la giostra.

In molte culture, fin dall’inizio del tempo, è presente un principio femminile, creatore della vita.
Il dio-creatore maschile è presente con una frequenza decisamente maggiore, si potrebbe obiettare. Ed è vero. Si potrebbe anche controbattere che, in una società e in una cultura patriarcali, c’è quasi da stupirsi che sia sopravvissuto il ricordo del culto della Dea. Discussioni, per le quali sono stati versati fiumi d’inchiostro e disboscate intere foreste per ricavare la carta su cui scrivere.
In qualche caso si è arrivati ad un compromesso: un principio femminile ed un principio maschile che, fondendosi, danno origine alla vita. In principio c’era il nulla, il Wu-Chi, dicono i cinesi, da cui ha avuto origine il Tai-Chi, la forza primordiale che si è divisa in Yin e in Yang.
Yin e Yang sono rappresentati da un cerchio con le due metà separate da una linea curva: nello Yin è presente un po’ di Yang e nello Yang un po’ di Yin. In tutte le cose del mondo, in tutti gli esseri, c’è una componente Yin e una componente Yang. Un dualismo risolto nell’armonia, che supera la divisione e la contrapposizione radicale tra il bene e il male propria delle varie visioni manichee del mondo, sia esso reale, metafisico o etico.
In realtà la Dea è stata quasi sempre vista come una triade di dee, o, se vogliamo, una dea che presenta tre diversi aspetti.  Appare singolare che questa concezione di una trinità sia sopravvissuta nel corso dei secoli e dei millenni e abbia un’origine molto antica, pur essendo concettualmente più complessa di un semplice dualismo.
I tre aspetti delle Dea non sono in conflitto tra loro, non sono contrapposti. E questa è un’altra particolarità. Anche Yin e Yang, pur compenetrandosi e fondendosi in modo armonioso, sono in qualche modo in conflitto tra loro, cercano di prevalere l’uno sull’altro.
Conflitto. Senza dubbio il concetto di un mondo che trae la sua origine da un conflitto tra due principi, da una lotta eterna tra bene e male, tra la luce e l’oscurità, porta a concepire la vita e i rapporti con la realtà in termini di affermazione e di negazione, di accettazione e di rifiuto. Porta a concepire i rapporti tra gli uomini in termini di amore e odio, di amicizia e di inimicizia, di uniformità e di diversità rifiutata.
In ogni religione si distingue il bene dal male. E coloro che seguono il bene da coloro che seguono il male, gli eletti dai reietti, i santi dai demoni. I buoni dai cattivi. E ogni morale definisce ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è buono e ciò che è cattivo. E li separa nettamente. Una contrapposizione che fa sì che individui, società e intere civiltà per esistere abbiano bisogno di un nemico, di qualcosa di diverso da loro contro cui lottare.
Contrapposizione. Un concetto estraneo alla Dea, la cui trinità trapassa naturalmente da un aspetto all’altro. Senza traumi, senza conflitti. Si tratta di una concezione del reale che identifica la diversità semplicemente in un naturale aspetto della vita e dell’esistenza, che sono intrinsecamente varie e multiformi.
Nascita, maturità e morte, nella più semplice interpretazione e raffigurazione della Dea, Bianca - Rossa - Nera, sono il naturale fluire della vita. Non c’è conflitto tra un’età e l’altra della vita. Non c’è nessuna volontà di esorcizzare in qualche modo la maturità e la vecchiaia, di cercare di ingannare il tempo che fluisce secondo i suoi ritmi, immutabile. Non c’è nessun timore della morte, vista come il naturale punto di arrivo di un ciclo. Che cosa poi ci sia alla fine del ciclo, può essere oggetto di discussione, è naturale: il nulla, la partecipazione ad nuovo ciclo, magari sotto un’altra forma, l’ingresso in un livello di esistenza più alto, o più basso. C’è spazio per tutte le ipotesi. Tutte con pari dignità.
Un dato di fatto. L’armonia e cioè la mancanza di conflitti, e la serenità interiore che ne deriva, costituisco già un premio già di per sé.
La religione Wiccan è senza dubbio quella che più sembra avvicinarsi alla Dea. È però una religione, completa di dottrina, riti, liturgia. “Fai ciò che vuoi purché tu non faccia del male a nessuno”: una frase molto concisa, che pure condensa in sé un’intera morale, la morale Wiccan. Concisa, non del tutto adeguata alla varietà di situazioni che si presentano nella vita, ma pur sempre una morale, che stabilisce una regola ed è inserita in una serie di prescrizioni e di rituali. Una religione, che fissa le caratteristiche, gli attributi della divinità e pretende di trasformare, come tutte le religioni, le fantasie in realtà. Come tutte le religioni inverte i termini della creazione, trasformando la divinità in una creatura dell’uomo. E, come tutte le religioni, pretende e s’illude di assoggettare la volontà della divinità con l’espletamento di rituali e il rispetto di regole da parte dell’uomo. Regole e rituali ideati e stabiliti dall’uomo.
La Dea è. Ed è tutto quello che si può dire. Esiste un principio creatore, una forza, una volontà immanente nella vita. In tutte le forme di vita. Una forza che trascorre, che fluisce in un eterno ciclo di nascita, di vita e di morte. Questa forza è stata intuita, percepita dall’uomo fin dall’inizio del tempo, o, forse, l’uomo ha da sempre sentito l’esigenza di credere che esistesse. Un’illusione, forse, ma la vita è intorno a noi, è dentro di noi. E non è un’illusione.
E allora, che cosa cambia, se si arriva a questa consapevolezza? Cambia. Perché si capisce che è bello vedersi vivere. È bello sentirsi vivere. Avere la consapevolezza della propria esistenza nel tempo e nello spazio. La meta della filosofia Zen. È bello vivere senza conflitti, nel rispetto di tutto quanto scorre intorno a noi, nella consapevolezza che noi scorriamo con l’universo. Ci sarà un premio, alla fine? Chi lo sa! Sciocco trasformare le speranze in certezze. Di sicuro, se esiste un giudizio, alla fine di tutto, sempre che esista davvero una fine, chi avrà rispettato la Dea, non sarà giudicato male.
La Dea. Deve essere per forza femminile, il principio creatore? Probabilmente non è né maschio, né femmina. È, semplicemente. Ma non ha alcuna colpa la fantasia che immagina la Dea snella, affascinante, con gli occhi azzurri, le labbra rosse e il viso pallido come la Luna, incorniciato da lunghi capelli color della fiamma.


Afrodite

È  la dea dell'amore, della bellezza, della sessualità, della sensualità della religione della Grecia classica.  Nel pantheon delle religioni antiche troviamo molte dee simili ad Afrodite: Inanna (nella terra di Sumer), Ishtar (a Babilonia), Hathor (in Egitto), Turan (presso gi Etruschi), Venere (a Roma).
Ushas ed Eos, le dee dell’alba delle culture indo- europee, sono molto simili a lei e il suo nome deriva probabilmente dalla sua omologa semitica: Astarte (Astoret).

Anahita
Nell’antica Persia era la dea delle sorgenti d’acqua, della fertilità e della maternità. Il suo nome significa “immacolata” ed è questo l’attributo che le era riconosciuto: Sura Anahita, maestosa immacolata.
Era considerata dal suo popolo la madre che lo nutriva e la guerriera che lo proteggeva, che governava il vento, le nubi, la pioggia e la grandine.
La terminologia usata nel 200 a.C. nel dedicarle il tempio seleucide di Kangavar è molto simile a quella usata dai cristiani per la Vergine Maria: Anahita, l’Immacolata Vergine Madre del Dio Mitra. 

Artemide
Figlia di Zeus e di Leto e sorella gemella di Apollo, è la dea armata di arco, simbolo della libertà e dell’indipendenza femminile.
L’origine del suo culto risale a tempi molto antichi.
Gli Etruschi la veneravano con il nome di Artume e Il cervo e il cipresso erano i suoi simboli sacri.
Artemide-Diana, Ecate e Selene-Luna divennero una triade lunare molto importante nel paganesimo, nel neopaganesimo, nell'esoterismo e nella wicca

Astarte
(Ashtart, Ashtoreth in ebraico, Atirat in ugaritico, As-tar-tu in accadico).
La dea fu venerata in tutta l’area semitica nord-occidentale. Dea della fertilità e della guerra, era l’omologa della babilonese Ishtar. Era la Grande Madre dei Fenici e dei Cananei.
Era venerata anche in gran parte del bacino del Mediterraneo: sulle coste della Fenicia, a Malta, a Tharros in Sardegna, ad Erice in Sicilia (col nome di Venere Ericina).
In Egitto venne identificata con Iside, in Grecia con Afrodite , ma anche con Urania e Cipride. In Siria con Atargartis (che i Romani chiamarono Syria).
È raffigurata nuda, spesso accompagnata dal leone, dal cavallo, dalla sfinge e dalla colomba. In Egitto è raffigurata con ampie corna curve.
Compare spesso nella Bibbia col nome di Astarte o Ashtoret.

Belili
(o Baalith)
La misteriosa dea sumera della luce, dotata di immensi poteri,  era una delle personificazioni della Grande Madre.  Il suo culto compare nei misteri eleusini.

Brigid
Lunghi capelli color del fuoco, da cui deriva il suo nome, occhi di smeraldo, madre, moglie e sorella di tutti gli uomini  e di tutti gli dèi, è una delle dee più importanti di tutta la mitologia celtica ed è una delle manifestazione della Triple Dea.
È la Dama del Lago delle leggende che ruotano intorno alla figura di Re Artù. Era considerata protettrice dei poeti, dei guaritori, dei druidi e dei guerrieri. Dea della fertilità e della poesia.
È stata assimilata dal cristianesimo, nel quale diviene Santa Brigida d’Irlanda e nutrice di Gesù. È anche accomunata alla Madonna, vergine e madre come lei.
Brigit bè legis, Dea dei guaritori; Brigit bè goibnechta, Dea degli artigiani ed in particolare dei fabbri; Brigit bè filid, Dea della fertilità e della poesia.
È identificata con le tre Dee  che diedero il nome all'Irlanda:  Eiriu, Banba e Fotla e più in generale con tutte le divinità femminili irlandesi, Airmed,i Boand, Etain, Tailtu. Era detta anche Belisama, colei che brilla di luce molto intensa; Sulis, creatura del sole; Brigantia, altissima e Bricta, colei che brilla.
A Roma divenne  Epona, protettrice dei cavalli e fu identificata con  Vittoria e con Minerva, dee della guerra.
Brigid, signora del fuoco e Santa Brigida d’Irlanda nel vudù diventano Maman Brigitte (o Grann Brigitte, Manman, Manman Brigit, Manman Brijit), la moglie di Baron Samedi.
È  una delle poche divinità vudù di carnagione bianca ed è raffigurata mora, con gli occhi verdi, con il viso dipinto a raffigurare un teschio. Il suo simbolo è un gallo nero.
Camminare, di notte, nei cimiteri, cantando e ballando sotto la luna. Beve rum con peperoncino e raccoglie fiori con cui adorna i propri capelli. Le farfalle si posano sui suoi capelli, a simboleggiare la brevità della vita.
È la protettrice delle pietre tombali contrassegnate dalla croce.

 


Cerere

La dea della terra e della fertilità venerata dai Romani. Tutti i doni della terra, anche i fiori e la vita di tutti gli esseri viventi erano suoi doni. Aveva anche insegnato agli uomini la coltivazione dei campi.
Era raffigurata come una matrona molto bella, ma severa e maestosa, con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in una mano e una cesta piena di grano e di frutta nell’altra.
È una divinità preromana, già Cerere venerata dagli Osci o Oschi e il suo nome (in osco Kerres, Kerria) deriva dalla radice indoeuropea ker e significa colei che ha in sé il principio della crescita.  Fu in seguito identificata con la dea greca Demetra. Il suo culto  era molto simile ai riti misterici celebrati ad Eleusi in onore di Demetra, di Persefone e di Dioniso.

Cibele
Cibele, la Grande Madre, dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici venerata in Anatolia è raffigurata come una donna bella e severa,  seduta sul trono tra due leoni o due leopardi. Sul capo porta una corona e in genere stringe un tamburello nella mano.
Il centro del culto di Cibele era  nella Frigia, a Pessinunte. Da qui, nel VII secolo a.C. si diffuse il Lidia e nelle colonie greche dell’Asia Minore, per poi passare i Grecia, dove venne identificata con Rea.
Cibele è la Magna Mater dei Romani. Il suo culto fu introdotto a Roma il 4 aprile dell’anno 204 a.C., quando il simbolo della dea, una pietra nera di forma conica, fu trasferito da Pessinunte.  Nel 191 a.C. la pietra nera fu collocata in un tempio sul Palatino appositamente costruito e orientato in modo particolare.
La pietra nera, detta anche “ago di Cibele”, costituiva uno dei sette oggetti che secondo le credenze dei romani garantivano il potere dell’impero.

Dana
Dana, identificata anche con Boand (Mucca Bianca), Brigit, Etain, Ana, è  la grande Dea Madre dei Celti, il popolo della Dea Danu  (Tuatha De Danann).  È il principio femminile che genera e distrugge il mondo in un eterno ciclo.

Demetra
Nelle iscrizioni in scrittura Lineare B di epoca Micenea trovate a Pilo sono menzionate “le due dee”, Demetra e Kore (la fanciulla), che altri non è che la stessa dea da giovane.  Il culto era connesso a quello delle due dee già presente nella civiltà minoica di Creta.
Il suo nome deriva dall’indoeuropeo  Dheghom mather, Madre terra, o Madre dispensatrice. Nella mitologia greca è la dea del grano e dell’agricoltura, dell’eterno rinnovarsi della terra, del ciclo delle stagioni, della vita e della morte. È anche  protettrice del matrimonio e delle leggi.
Le figure di Demetra e di sua figlia Persefone (l’incarnazione della dea stessa da giovane) rivestono un ruolo centrale nei Misteri Eleusini. I Romani la identificarono con Cerere.

Diana
Signora dei boschi e delle foreste, protettrice degli animali selvatici, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne, dispensatrice della sovranità. Così la veneravano gli italici e i latini.  Più tardi fu assimilata alla dea greca Artemide come dea della caccia e personificazione della Luna, ma la somiglianza tra le due dee è molto superficiale.
Diana era venerata come divinità trina, personificazione del Cielo e punto di congiunzione della Terra e della Luna. È stata anche oggetto di culto nella stregoneria.  Nel Vangelo delle streghe Diana è indicata come dea dei poveri, degli oppressi e dei perseguitati dalla Chiesa cattolica.

Durga
“Colei che difficilmente si può avvicinare”.
La dea guerriera di una bellezza accecante, creata per combattere e distruggere il demone Mahishasura, è una forma di Devi, la Madre Divina, che assume anche molte altre forme, tra cui Sarasvati, Parvati, Lakshmi, Kali.
È l’incarnazione della Shakti, l’energia creativa femminile e ha in sé il potere di creare e di distruggere ed è raffigurata come una donna bellissima che cavalca una tigre, con numerose braccia mani che impugnano diversi tipi di armi.

Hel
Hel, o Hella, è raffigurata con metà viso nero o cadaverico e l’altra metà normale.
Nei tempi più antichi fu la Grande Madre Dea Terra, che sfamava gli affamati e dava loro ristoro, ma successivamente divenne la dea del regno dei morti, paragonabile all’Ade greco.
La sua figura ricorda quelle di Parvati-Kalì, di Persefone e di Ecate.
Il regno di Hel è un luogo gelido, al quale si accede attraverso la grande caverna Gnipahellir, custodita dal feroce cane Garmr.
Una volta entrati, i defunti devono attraversare il fiume infernale Gjöll percorrendoun ponte d'oro custodito dalla gigantessa Mooguor.
Le anime vengono accolte nel palazzo di Eljuonir, la Reggia di Hel. Le anime degli assassini e dei traditori finiscono invece in un luogo chiamata Náströnd, dove vengono torturate allo scopo di costruire la nave “Nave di unghie”, Naglfar, sulla quale i morti torneranno per combattere nel giorno del Ragnarök.

 


Kali

La Regina della Morte.
Kali significa sia  tempo, che  nero: “colei che è il tempo”, o “colei che consuma il tempo”, o “la Madre del tempo”, o anche “colei che è nera”.
Rappresenta l'aspetto guerriero di Parvati, la sposa di Siva. È conosciuta anche come Devi, la dea, e Mahadevi,la grande dea.
Assume aspetti diversi: Sati, la donna virtuosa, Jaganmata, la madre del mondo, Durga, l'inaccessibile.
Kali appare per la prima volta nel Rig Veda sia come lingua nera delle sette lingue fiammeggianti di Agni, il dio del fuoco, sia come divinità femminile, con il nome di Raatri.
Inviata sulla Terra per sgominare un gruppo di demoni, inizia ad uccidere anche gli esseri umani. Per fermarla, Siva si distende fra i cadaveri e quando la dea si accorge che sta per calpestare il proprio marito, si placa.
Kali, la distruttrice, è il terzo elemento della triade indù, insieme a Brahma, il creatore e Vishnu, il preservatore. La sua funzione è però ambigua perché, secondo gli insegnamenti dell’induismo, la morte non implica il passaggio alla non esistenza, ma semplicemente una trasformazione e un passaggio ad una nuova forma di vita. La distruttrice, e cioè Kali, è colei che crea nuovamente.

Inanna
Nella terra di Sumer la dea Inanna era venerata come dea dell'amore e della bellezza. Era quindi l’omologa della babilonese Ishtar, della greca Afrodite e della romana Venere. Era anche venerata come dea della guerra, della fertilità e dei raccolti.
Figlia del cielo, sorella  Ereshkigal, dea oscura degli inferi, sposa del dio-pastore Dumuzi, al quale dedica bellissime poesie d’amore, la perdita del suo innamorato la trasforma in spietata seduttrice di uomini e di Dei. ”Nessun uomo è rimasto vivo fino all’indomani mattina, dopo avere giaciuto con lei nella notte”.
È singolare che le stesse statuette che raffigurano Lil-itu (Lilith), la dea dell’aria, risultino dedicate a lei, Inanna.
La sorella Ereshkigal è in realtà la sua ombra, il suo complemento e le due dee rappresentano un aspetto della dualità, in questo caso l’unione madre-figlia, della Grande Dea. 

Iside
Io sono colei che è la madre naturale di tutte le cose, signora e reggitrice di tutti gli elementi, la progenie iniziale dei mondi, il culmine dei poteri divini, regina di tutti coloro che popolano gli inferi, prima di quelli che affollano il cielo, unica manifestazione sotto una sola forma di tutti gli dei e le dee. Per mio volere si dispongono i pianeti in cielo, le salubri brezze marine e i lamentosi silenzi infernali. Il mio nome, la mia divinità sono adorati ovunque nel mondo, in diversi modi, con svariate usanze e con molti epiteti.
I Frigi, che sono i primi di tutti gli uomini, mi chiamano la Madre degli dei e Pessinunte; gli Ateniesi sorti dal loro stesso suolo, Minerva Cecropia; gli abitanti di Cipro, circondati dal mare, Venere Pafia; i Cretesi che portano frecce, Diana Dittina; i Siciliani che parlano tre lingue, Proserpina Stigia; gli Eleusini, la loro antica dea Cerere; alcuni Giunone, altri Bellona, altri Ecate, altri Ramnusia; e principalmente due stirpi, degli Etiopi, che risiedono in Oriente e sono illuminati dal sole nascente, e degli Egizi, che eccellono in ogni tipo di dottrina antica e che con le loro giuste cerimonie sono soliti adorarmi, mi chiamano con il mio vero nome, Iside Regina. (Apuleio, l’Asino d’oro)
Iside è la dea egizia della maternità e della fertilità. In lingua egizia il suo nome è Aset e cioè trono.
È in genere raffigurata come una donna vestita con una lunga tunica, che reca sul capo il simbolo del trono, mentre tiene in mano l’ankh, la chiave della vita. È stata anche raffigurata con corna bovine, tra le quali è racchiuso il sole e spesso come un falco o come una donna con ali di uccello. La signora del vento, che, sotto questo aspetto, ricorda, anche nell’iconografia, l’accadica Lil-itu. È dipinta in forma alata anche sui sarcofagi, nell’atto di prendere l’anima per condurla a nuova vita. È anche raffigurata mentre allatta il figlio Horus. Il suo simbolo è il tiet, il nodo magico che doveva essere portato al collo per avere la sua protezione.
Molte ed evidenti sono le similitudini che accomunano la raffigurazione di Iside e la rappresentazione della figura di Maria: i tratti delicati ed eterei, per esempio, il fatto che tengono entrambe in braccio un bambino, la Madonna, Gesù Bambino, Iside, Horus. Il fatto che in molti casi i templi consacrati ad Iside siano stati consacrati come basiliche dedicate alla Vergine e che i dipinti e le opere raffiguranti la dea egiziana siano stati modificati per raffigurare Maria, ha favorito la somiglianza nella rappresentazione delle due figure.

Ishtar
La dea dell'amore e della guerra, è l'omologa della dea sumera Inanna, da cui deriva. In origine era venerata come la Dea Madre ed era spesso raffigurata nell’atto di allattare.
È in realtà  una dea duplice: dea benefica dell’amore, della pietà, della natura e della maternità e demone terribile della guerra e della tempesta.
Signora della Luce Splendente, figlia di Sin, dio della luna, o figlia di Anu, dio del cielo, è associata al pianeta Venere. La sua figura è associata, come la Vergine Maria, alla stella ad otto punte, che simboleggia il fatto che il pianeta Venere ripercorre le stesse fasi in corrispondenza di un ciclo di 8 anni terrestri, cosa nota astrologi sumeri.
Come Inanna, anche  Ishtar  rappresenta, nell’Epopea di Gilgamesh, l’amore sensuale. Ishtar si innamora del pastore Tammuz, di un uccello, di un leone, di un cavallo, di un giardiniere e infine  di Gilgamesh, che però la rifiuta perché nessuno degli amanti della dea è sopravvissuto ad una notte d’amore con lei.


Lakshmi
È rappresentata come una bella donna, con quattro braccia, seduta su un loto, vestita con vesti preziose e gioielli. Il suo atteggiamento è benevolo, è giovane ed ha un aspetto materno.
Il particolare più evidente dell'iconografia di Lakshmi è la sua costante associazione al fiore di loto.
Nell’induismo è la devi dell’abbondanza, della luce, della saggezza. del destino, della fortuna, della bellezza e della  fertilità.
L’induismo puranico la venera come Madre dell'Universo.

Morrigan
Morrigan, La Morrigan, Grande regina (an Mórrígan), è una divinità celtica.
Dea della guerra, della sessualità e della violenza, semina l’odio e combatte in mezzo agli uomini assumendo l’aspetto di un corvo, l’animale che si nutre dei cadaveri di coloro che sono morti in guerra.
Il suo cocchio è trainato da un cavallo dall'apparenza normale, ma in realtà il cavallo è agganciato al carro con un palo che passa attraverso il suo corpo ed è fissato alla sua testa con un piolo. I suoi abiti, i suoi capelli, il carro e il cavallo sono rossi perché il rosso è il colore dell'aldilà. La sua bocca compare su un solo lato della faccia.
Era una dea molto importante ed era identificata con Anu, nutrice degli dèi (ad Anu sono dedicati i “due seni di Anu”, le due colline gemelle nella contea di Kerry, nel Munster).
La Morrigan è in realtà  una dea molto antica e mutevole,  a volte benevola, a volte maligna, a volte bellissima, a volte terrificante. Un atteggiamento che la accomuna alla Devi indiana nei suoi vari aspetti: la dolce Uma, la guerriera Durga, la sanguinaria Kali.
Nella letteratura arturiana La Morrigan è Morgana, la sorella e amante di Artù. Che colei volle e causò la sconfitta e la morte del re e  lo condusse infine ad Avalon.
Nella mitologia irlandese La Morrigan fa parte di una triade, insieme alle due sorelle, Badb Chatra (il corvo della battaglia) e Nemain (la paura). Le tre furie, dee della guerra, assumono l’aspetto di corvi e volano intorno ai guerrieri che stanno por morire.

Ninhursag
Nin-hur-sag, Signora delle colline, era la dea sumera della Terra e formava con il dio An la Montagna cosmica An-Ki.
Rappresentava di volta in volta uno dei principi costitutivi dell’universo. Come Ninmah, la Signora maestosa, era la dea che aveva creato gli uomini, dando loro forma plasmando l’argilla; come Nantu, colei che partorisce, o come Nintur, Signora delle nascite, era la dea protettrice del parto; come Ninhursag, era la madre di tutte le creature viventi.
Come Ninmah, Signora maestosa, era identificata con la Madre Terra e sotto ogni aspetto Ninhursag era la Dea che genera la vita.
Per gli Accadi era Belet-ili,  Signora degli dei, o Baalat e per i cananei era Banat: la Dea che nella tradizione ebraica divenne la demoniaca Lilith, la prima donna di Adamo.

Nut
Nut o Nuit era la dea egizia del cielo e della nascita.
Era figlia di Shu, dio dell’aria e di Tefnut, dea dell’acqua. Era la sposa di  Geb, la terra, con cui ebbe quattro figli:  Iside, Osiride, Nefti e Seth.
È raffigurata come una donna nuda, ricoperta di stelle; ha le mani ed i piedi a terra, è  inarcata su Gebla, la Terra e porta un vaso d’acqua sulla testa. È anche rappresentata sotto forma una mucca, il cui grande corpo forma il cielo; sotto forma di un albero di sicomoro (simbolo dell’immortalità e col legno del quale venivano fatti i sarcofagi); sotto forma di una grande scrofa che divora i suoi piccoli, che simboleggiano le stelle.
A volte è rappresentata alata e la sua pelle è blu, simbolo della rinascita. A volte la sua pelle è giallastra e allora raffigura la dea Madre, che ha dato origine a tutti gli esseri viventi. La sua raffigurazione alata è molto simile a quella di Inanna e a quella di Lil-itu (Lilith).

Parvarti
Parvati, figlia della montagna, è una dea dell'induismo. Consorte di Shri Siva, è considerata la reincarnazione della sua prima moglie, Sati.
Parvati è identificata da centinaia di nomi, tra cui Uma, Lalitha, Gowri, Shivakamini, Aparna, Nanda.
La storia di Parvati è raccontata nel Kumarasambhavam, romanzo epico di Kalidasa.
Parvati era una fanciulla innamorata di Sri Siva e Kandarpa,  deva dell'amore, per aiutarla scoccò una freccia in direzione del dio mentre questi meditava, in modo da attirare la sua attenzione. Egli però perse la concentrazione e aprì il suo terzo occhio, che incenerì  Kandarpa. Con la morte del deva dell’amore il mondo perse il kama e cioè desiderio sessuale e divenne povero e infertile. Parvati sposò però  Siva e ottenne che Kama fosse risuscitato.
Parvati è considerata la rappresentazione di Shakti nel suo aspetto terrifico, come Durga e Kali (la devi nera che tutto divora). È quindi una Dea Madre dorata, ma anche oscura.

Sekmet
Sekhmet, Colei che è potente, raffigurata come leonessa o come una donna dalla la testa leonina, era una divinità solare zoomorfa della mitologia egizia. Dalla parola sekhem, che significa potere, derivano sia lo scettro, che il nome della dea.
Figlia di Ra, era la terribile dea della guerra, che impersonificava i raggi dal calore mortale del sole e incarnava quindi il suo potere distruttivo e l’aria rovente del deserto. I venti del deserto erano infatti il suo alito di fuoco, con cui puniva i nemici che si ribellavano al volere divino e imponeva l’ordine del mondo.
Portava la morte, ma era anche la dea protettrice dei medici. Aveva quindi  un aspetto duplice: era molto pericolosa e spietata, ma benevola con chi soffriva.

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Segnalazione d'onore 
Premio Nazionale Letteratura e Teatro Nicola Martucci
Città di Valenzano - 2011

Le correnti del tempo

Le correnti del tempo

 
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