Pubblicato Domenica, 24 Luglio 2016 12:00

A ritroso

Tutto il resto

La vecchia casa era lì, al margine del bosco. Le corde dell’altalena di legno ingiallite dalla pioggia e dal sole. L’altalena immobile, come i suoi ricordi. Salì i tre scalini e le assi scrostate della veranda scricchiolarono sotti i suoi piedi. Tutto fermo, come fissato in una fotografia ingiallita dal tempo. Si guardò intorno cercando inutilmente di percepire il sussurro del vento tra le fronde dei larici e fissò la sua attenzione sulla vernice scrostata della maniglia della porta d’ingresso, una porta di legno, impenetrabile come la barriera che lo separava dal passato, che gli impediva di scorgere il futuro.

Deglutì a vuoto e cercò di tirare un lungo respiro per farsi coraggio, ma tutto quello che riuscì ad ottenere fu un singulto strozzato, un gemito di dolore nel silenzio dell’ora che precedeva il tramonto. Restò lì, paralizzato dall’ansia, finché la mano afferrò la maniglia scrostata come mossa da una volontà propria e la girò con forza. Odore di muffa e di polvere, nella penombra: avrebbe dovuto spalancare le finestre e far entrare un po’ di luce e di aria fresca, ma si aggirò nella grande cucina come un automa attonito, mentre la punta delle sue dita lasciava solchi profondi nella polvere grigia che copriva la grande dispensa e la cerata a quadretti bianchi e rossi del tavolo. Una foto, ginocchia ossute di bambini coi pantaloni allacciati fin quasi sotto le ascelle che sorridevano attraverso il vetro incrostato di sporcizia. Denti radi, occhi tristi perduti nei visi pallidi, esangui. La grande caffettiera sul fornello di smalto biancastro, le presine verdi bottiglia fatte all’uncinetto abbandonate sul ripiano di marmo accanto al fornello, la traccia rugginosa della goccia che cadeva ostinata nel lavandino di pietra.

La osservò, la goccia: si gonfiava sulla bocca del rubinetto quasi a volerlo salutare con un bacio delicato, prima di precipitare sulla superficie liscia del lavandino e scomparire nell’oscurità impenetrabile dello scarico.

La goccia, la sua vita che scivolava nell’oscurità dello scarico giorno dopo giorno, ora dopo ora. Il corto fucilotto col calcio di legno appeso ad un chiodo, l’amico inseparabile di mille fantasie gli strappò un sorriso, pallido come la luce del crepuscolo che filtrava attraverso le imposte. «Solo riconciliandoti col tuo passato potrai accettare te stesso e affrontare finalmente la vita» gli aveva detto la psicoterapeuta e lui aveva capito, finalmente e aveva incominciato il suo viaggio a ritroso nel tempo che era stato. «Devi regredire a quando eri bambino» gli aveva la donna e lui così aveva fatto e doveva ammettere che cominciava a pensare che gli fosse stato utile.

Si destò dal torpore in cui era caduto: fuori era quasi buio e aveva ottenuto quello che voleva. Uscì con passo deciso, ignorando l’altalena che accennava a muoversi sotto la brezza della sera e il mormorio del vento tra le fonde dei larici, prese la tanica di benzina dal portabagagli dell’auto e la vuotò con metodo agli angoli della grande cucina, cercando di non respirare i vapori. Gli avevano sempre causato acidità di stomaco, i vapori della benzina, come un po’ tutti i solventi.

Era fatta, finalmente: osservò in religioso silenzio il fiammifero che si consumava tra le sue dita, prima di buttarlo sul tappetino davanti al lavello e chiuse con calma la porta dietro di sé.

Era fatta! Non era mai stato in quel posto, lui: era cresciuto in una stanza al sesto piano, dove sentivi quello di sopra che ti pisciava sulla testa e sentivi scopare quei due pallidi come vampiri della porta accanto, ma cominciava a sentirsi un po’ meglio, forse. E a scorgere un po’ di futuro.

© Copyright 2016 Emidio Dappino

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