Pubblicato Mercoledì, 27 Luglio 2016 12:00

Competition

Tutto il resto

L’aurora colorava di rosa tenue il cielo, laggiù sul mare e lui era già lì, pronto per la gara. “In pole position” gongolò dentro di sé. Non che si fosse allenato poi tanto, anche se quella era la prima volta che gareggiava: più teoria che pratica sul come tenere correttamente il cucchiaino, ma lui era, come dire, un talento naturale. Sapeva istintivamente come posizionarlo in modo ottimale nei tre momenti essenziali della gara: prelievo, trasporto, scarico. Un talento naturale.

Il colpo di pistola dello starter lo colse di sorpresa, ma non si perse d’animo: la gara era lunga e c’era tutto il tempo per recuperare i pochi metri di vantaggio che i più pronti si erano presi su di lui. Incassò la testa tra le spalle e si buttò giù verso la spiaggia, con le gambe corte e muscolose che spingevano come pistoni sulla sabbia ancora umida.

La zona del prelievo era delimitata da strisce di plastica bianche e rosse che ondeggiavano alla brezza del mattino ed era molto più stretta rispetto alla zona di partenza: prese qualche spallata, niente di che e riuscì a mantenere il cucchiaino ben stretto tra indice, pollice e medio e a tuffarsi in una zona non troppo affollata. A quel punto iniziava la parte più difficile: il trasporto fino al punto di scarico. I polmoni come mantici sul punto di esplodere, su per la scarpata, coi piedi che affondavano nella sabbia, il cucchiaino in posizione orizzontale, perfettamente orizzontale, per non perdere nemmeno un granellino della sabbia sottile che incominciava ad imbiondire sotto i raggi del sole nascente: strinse i denti e continuò a pestare la sabbia come un pigiatore d’uva d’altri tempi, con la mente spenta e gli occhi fissi sul tabellone giallo che indicava la zona di scarico, sempre più lontana, sempre più in alto, finché, come per incanto si trovò davanti al quadratino a lui riservato, B612 e versò il suo primo cucchiaino di sabbia, con le dita rattrappite intorno al manico del cucchiaino.

Non prese fiato e non perse tempo a guardarsi intorno: dietrofront sui talloni e si precipitò giù per la discesa. Non gli era sembrata così ripida, la prima volta: più una scarpata che una discesa. Qualcuno gli si buttò tra le gambe: cadde in avanti e arrivò in fondo travolgendo in un groviglio scomposto di corpi sudati i concorrenti che salivano con il loro cucchiaino stretto in mano e altri che scendevano dopo aver depositato il loro prezioso carico. Si rialzò, si tuffò col cucchiaino in avanti, lo riempì di sabbia, risalì, scaricò, tornò giù e poi risalì, cadde, lottò, scaricò e tornò giù, senza mai guardarsi intorno, senza curarsi del tempo che passava, convinto di avere a disposizione tutto il tempo del mondo, senza nemmeno bere un sorso d’acqua. Finché la luce si attenuò e il sole divenne una pallida pupilla che si spegneva sull’orizzonte e si trovò solo, in cima ad un’erta deserta, con le dita scheletriche contratte introno ad un cucchiaino consumato, davanti ad un inutile mucchietto di sabbia.

© Copyright 2016 Emidio Dappino

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