Pubblicato Mercoledì, 03 Agosto 2016 12:00

La mano

Tutto il resto

Aveva sempre avuto un rapporto naturale con l’idea della morte: c’era, come c’era la vita e serviva per sfuggire alla monotonia, il vero inferno di una vita senza fine - «Immagina la noia, a vivere in eterno!» -, ma adesso che la mano era lì cominciava a vedere le cose da una prospettiva diversa.

L’aveva vista, la mano, l’aveva vista riflessa nello specchio mentre si lavava i denti, un’immagine fuggevole, forse per un secondo. E poi l’aveva di nuovo vista nell’ascensore mentre si aggiustava il nodo della cravatta. «Perché diavolo hanno messo uno specchio nell’ascensore?». Questione di decimi di secondo, ma l’aveva vista: una mano normale, non avrebbe saputo dire se destra o sinistra e nemmeno se di uomo o di donna. Dita spalancate, palmo in avanti - «Palmo a palma? Lasciamo discutere quelli della Crusca» -, palmo in avanti come a voler dire Stop!

Stop alla sua vita, naturalmente.

Non l’aveva più vista, dal momento in cui era sceso in strada, ma era rimasta fissa nella sua mente, come incollata con l’Attak, quella colla che se ti appiccichi le dita non si stacca più e devi andare dal chirurgo - «Cose che capitano solo in America, che qui da noi non si sono mai sentite» -. Non era riuscito a pensare ad altro, non che stare davanti ad un fesso dopo l’altro che pretendeva di investire comprando a rischio zero “prodottini” finanziari che promettevano il venti per cento a sei mesi contribuisse a liberare la mente e non riusciva a pensare ad altro, mentre contemplava sfiduciato l’insalata con semi di zucca e tracce di tonno, - «Da agricoltura biodinamica» - e tonno in scatola. In realtà non aveva paura di morire, non gl’importava di non esserci più: non tollerava di non esserci più mentre il mondo sarebbe andato avanti senza di lui, fregandosene altamente di lui. - «La gente muore in continuazione e la cosa non ti tocca, anzi, qualche volta dici che si respira meglio» - «Vero, ma adesso sarò io a morire e la cosa non mi piace per niente: il mondo non può andare avanti senza di me! Lo spettacolo non può continuare, se viene a mancare lo spettatore più importante!» - Sì, perché lui non si era mai considerato un attore, nemmeno una comparsa, sul grande palcoscenico della vita: era stato convinto, e lo era anche in quel momento, di essere lo spettatore più importante, senza il quale non aveva senso rappresentare lo spettacolo.

Ripensandoci, aveva la sensazione di aver tolto la camicia di dosso ai quei fessi, quando li aveva rassicurati sulla solidità del loro investimento - «Un salto nel vuoto, senza rete, nel quale l’unico a guadagnare il venti per cento sono io» -, ma il suo stomaco da tempo digeriva un po’ di tutto. «Coscienza, non stomaco». La sua coscienza, in realtà, aveva da tempo abbandonato la dimensione incorporea a cui apparteneva e si era incarnata in uno stomaco vorace e insaziabile, che secerneva succhi gastrici micidiali. Il suo stomaco era in grado di digerire tutto, tranne la morte, la sua morte, mentre il mondo avrebbe continuato a rotolare allegro verso chissà quale voragine.

«Una voragine». Un tizio aveva scritto che un giorno un altro tizio avrebbe costruito un congegno, forse una bomba, che avrebbe trasformato la Terra nella nebulosa primordiale da cui aveva avuto origine. «Dev’essere cosi!» esclamò facendo sobbalzare il colletto candido seduto nel box vicino. Come aveva fatto a non pensarci prima? Da qualche parte era senz’altro nascosto un detonatore, un pulsante di reset che avrebbe cancellato tutto e tutti, forse per ricominciare daccapo. Dio aveva senz’altro creato il pulsante di reset dell’intero universo e aveva donato la consapevolezza dell’esistenza del pulsante all’unico spettatore importante, a quello che aveva capito tutto.

Aveva capito tutto, ma non aveva più tempo: si alzò in piedi di scatto ed uscì di corsa, in maniche di camicia, muovendosi come un forsennato, una formica che aveva fiutato l’odore della marmellata di fichi - «Perché di fichi?» - «Perché mi piace, la marmellata di fichi» e cercò. Cercò nelle cantine e nei sottotetti, nei garage multipiano e nei fast food, finché la sera lo sorprese in periferia, tra pozzanghere e montagne di rifiuti e fu allora che la vide, la mano, riflessa nell’acqua sporca: dita spalancate, palmo in avanti, lo salutava, delicata e irridente.

© Copyright 2016 Emidio Dappino

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