Pubblicato Martedì, 30 Agosto 2016 12:00

Adriana

Adriana

Sapeva che sarebbe potuto succedere ed era successo: toccava a lui. I guai arrivano puntali e lo centravano con la precisione di un tiratore olimpionico. “Solo i sogni belli, non si avverano mai” ammise sconsolato.

E così lo Zambia aveva dichiarato guerra all’Italia. Era successo all’improvviso: nemmeno una crisi diplomatica piccola piccola a far presagire qualcosa. «Perché ci hanno dichiarato guerra?» aveva domandato al Sergente, non sapeva nemmeno dove fosse lo Zambia, lui. «Boh!» era stata la risposta, accompagnata da un’alzata di spalle. In qualunque parte della Terra fosse stato lo Zambia e qualunque fosse stato il motivo, il casus belli che lo aveva spinto a dichiarare guerra, sarebbe toccato a loro, il Corpo per la Difesa della Repubblica, intervenire. E il prescelto era stato lui.

Da quando i Mercati avevano deciso che le guerre erano troppo costose e che a lungo temine rappresentavano un danno notevole per l’economia mondiale e l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva recepito il messaggio, si era deciso che i contenziosi internazionali sarebbe stati risolti mediate una sorta di singolar tenzone.

Un iter molto semplice. Dichiarazione di guerra, l’ultimatum era facoltativo, scontro tra due campioni, uno per parte, entro quattordici giorni, su un ring allestito sul territorio della nazione che aveva ricevuto la dichiarazione di guerra e il campione che vinceva, vinceva la guerra per la sua nazione.

Anche le regole erano molto semplici, ridotte all’osso: ring 7 metri per 7, corde d’acciaio elettrificate da lasciarci attaccata la pelle, scarpette del peso massimo di 300 grammi, pantaloncini, canottiera coi colori nazionali, guantoni da 250 grammi e poi, botte da orbi. Usciva sconfitto chi doveva essere portato via a braccia e vinceva chi restava in piedi, naturalmente.

Una soluzione molto semplice, praticamente a costo zero, che aveva ridotto le perdite umane a poche decine di morti e di sciancati all’anno, sull’intero pianeta. Costi limitati anche perché la Corte Internazionale dell’Aia aveva stabilito che il limite massimo della durata di un coma poteva essere di un anno, dopo di che veniva staccata la spina.

Niente più guerre, dunque, non nel senso tradizionale, ma la possibilità di dover sostenere entro quattordici giorni uno scontro senza prova d’appello: chi vinceva vinceva e chi perdeva perdeva. E morta lì. Per questo motivo ogni nazione del globo si era attrezzata costituendo un corpo apposito di combattenti tenuti costantemente in allenamento e pronti a salire sul ring con un preavviso di quattordici giorni.

L’Italia aveva costituto il CDR, il Corpo per la Difesa della Repubblica, costituito da ottocento elementi. Originariamente avrebbero dovuto essere trecento novanta uomini, due per ogni nazione del mondo che avrebbe potuto dichiarare guerra all’Italia, poi, per la legge sulle pari opportunità, erano state arruolate anche trecento novanta donne e il numero era stato arrotondato a ottocento, aggiungendo un combattente scelto da ogni partito, più uno in quota al Presidente della Repubblica e uno al Presidente del Consiglio dei Ministri. Le regioni erano insorte, ma erano state tacitate bruscamente: “Questioni di sicurezza nazionale” aveva sentenziato il Ministro della Difesa.

Durata della ferma, settantadue mesi, accesso tramite concorso. Lui aveva fatto domanda, aveva superato le prove ed era stato arruolato: tutto semplice, liscio e lineare. Aveva poi saputo che i concorrenti non erano stati poi tanti e che a nessuno piaceva la prospettiva di farsi rompere le ossa per gli altri, nemmeno a lui, in verità, ma la paga era buona e dopo settantadue mesi avrebbe avuto la precedenza nei concorsi per l’INPS e per i Vigili del Fuoco, se e quando sarebbero stati banditi. Il rischio, tuttavia, era limitato: si stimava che l’Italia avrebbe potuto ricevere al massimo quattro o cinque dichiarazioni di guerra e quindi per lui le probabilità di dover incrociare i guantoni con qualcuno non erano più di cinque su ottocento e invece, alla prima dichiarazione di guerra da quando erano entrate in vigore le nuove norme internazionali, era venuto su il suo nome.

Avevano messo ottocento bussolotti nell’urna e la manina candida della figlioletta del comandante, Colonnello - non combattente, aveva pescato il suo nome: Rocco Pompei, “Roky” per amici e camerati.

«Devi essere al massimo» - «Cinquanta chilometri di corsa» - «Dieci ore di palestra» - «Due ore di pesi: milleduecento chili all’ora» - «Proteine, tre litri d’acqua e niente anabolizzanti, se non ci fregano all’antidoping» - «E niente donne!»: una filastrocca continua nelle sue orecchie, giorno dopo giorno, ma, come tutti sanno, tutte le cose prima o poi finiscono, a questo mondo ed era finalmente arrivato il tredicesimo giorno, la vigilia dell’incontro e lui si trovava lì, nell’ora che precedeva il tramonto, sudato come una bestia, ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti, centotrentacinque scalini, quasi il doppio di quelli della scalinata di Philadelphia su cui saliva di corsa Silvester Stallone in Rocky, il suo idolo Rocky - Silvester Stallone.

«Perché no?» si disse e cominciò a salire pestando sui gradini alla massima velocità, con l’asciugamano fradicio di sudore intorno al collo e la cintura con cinquanta chili di pesi supplementari ben stretta in vita. Ebbe un paio di crisi dispnoiche, vide le torri barocche della chiesa inchinarsi verso di lui, ma ce la fece. Ce la fece e guardò giù, verso la piazza deserta, alzò le mani al cielo e gracchiò qualcosa di incomprensibile, sotto lo sguardo indifferente di un netturbino che continuò a spazzare tranquillo il sagrato della chiesa.

Ce l’aveva fatta, a salire di corsa in cima alla scalinata e la mattina dell’incontro era arrivata, dopo una notte passata a russare, in un bagno di sudore.

«Una solo raccomandazione, ragazzo: vinci!» sbraitò il Colonnello non - combattente.

«Vincerò!» s’impegnò, «ma cosa succederà, se non vincerò?» domandò soverchiato dal peso della responsabilità che era calata su di lui come un macigno.

«Succederà a chi?» ri-sbraitò il Colonnello non - combattente.

«All’Italia, signore!».

«All’Italia? Oh, niente: le guerre non risolvono niente, non cambia mai niente, dopo una guerra, sia che si vinca, sia che si perda, ma tu ce la devi mettere tutta, devi essere pronto al sacrificio supremo, per vincere!».

«Vincerò» urlò Rocky - Rocco Pompei con tutto il fiato che aveva in gola: «Vincerò per la patria e per tutti gli italiani!».

Vincerò, aveva detto e si ritrovò davanti ad una montagna di muscoli, nera e lucida come il carbone, che lo guardava con aria di compatimento.

Rocky saltellò per darsi coraggio e lo perforò con uno sguardo feroce per intimidirlo. «Io ti spiezzo in due» pensò che gli dicesse l’altro nella sua lingua arrotondata, come se avesse una patata in bocca, o forse era semplicemente inglese e poi «Box!» tuonò una voce dall’alto.

«Box!». Era lì, davanti al mondo intero, a difendere la sua patria, la sua nazione, i bambini, le donne, i giovani che guardavano con speranza al futuro, un futuro che solo lui poteva loro garantire. Era lì per l’Italia! E boxò. Tirò pugni, tirò calci e morse con tutta la forza che aveva, con tutta la rabbia e la disperazione di cui era capace, insensibile ai colpi che arrivavano da tutte la parti, alle ossa che scricchiolavano e si rompevano, al sangue che inondava la bocca misto ad acido e a saliva, all’aria che usciva dai polmoni sparata via dai colpi di maglio che frantumavano le sue costole. Tirò pugni, tirò calci, morse e sputò finché non ci fu più nulla e nessuno da colpire e una mano lo afferrò per il polso destro e gli alzò il braccio verso il cielo.

Aveva vinto! Non vedeva altro che una nebbia rossastra intorno a sé, ma aveva vinto: la sua patria era salva, l’Italia era salva! Aveva vinto la guerra! Forse non sarebbe sopravvissuto all’incontro, forse sarebbe morto di lì a pochi minuti per le botte che aveva preso, ma non aveva importanza: l’aveva fatto per tutti i suoi concittadini, per i bambini, per le donne, eccetera eccetera e doveva fare un gesto che sarebbe stato associato per sempre al suo nome ormai inciso nella storia.

Doveva fare qualcosa. Piantò i piedi bene in terra, alzò come poté le mani al cielo e gracchiò con tutto il fiato che aveva: «Adriana!»,

«E chi cazzo è Adriana?» domandò l’unico cronista nello stadio deserto.

 

© Copyright 2016 Emidio Dappino

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