Pubblicato Lunedì, 21 Novembre 2016 11:00

L’ultimo Presidente

L’ultimo Presidente

La profezia era chiara, chiarissima. Stupida e improbabile come tutte le profezie, ma chiara: “Il 44° Presidente americano sarà afroamericano e sarà l’ultimo”.

«Quarantaquattro gatti…» canticchiò Amedeo, un nome che poteva benissimo essere un cognome, chino sul laptop come un pappagallo sul trespolo. Cosa voleva dire l’ultimo? Che sarebbe stato l’ultimo Presidente afroamericano, o che sarebbe stato davvero l’ultimo Presidente degli USA?

«Lap-lalap-top» fece eco a se stesso corrugando la fronte. Gli USA sarebbero diventatati una monarchia, o non avrebbero più eletto un Presidente un po’ abbronzato? «Abbronzato» borbottò torcendo il naso: «Finché si troverà un qualcosa che differenzi un uomo da un altro non ci sarà pace tra gli ulivi». Bella frase, avrebbe dovuto annotarla, da qualche parte. Si guardò intorno: le pareti dello studio era coperte da due strati di frasi annotate. «Una più, una meno» scrollò le spalle.

«E se fosse che gli USA saranno distrutti?» rabbrividì. «Se gli USA saranno distrutti, sarà distrutto tutto il mondo!».

Si asciugò una gocciolina di sudore sulla fronte. «Wow!».

Non credeva alle profezie, anzi: ci credeva un po’, solo un po’. Non ci credeva, ma era attratto come una mosca sul miele dalle poche parole sibilline che annunciavano sempre catastrofi e sventure e ogni volta si avvicinava troppo e ci restava invischiato.

L’ultimo Presidente: gli era piaciuto subito, quell’uomo. Uno che si era fatto da solo, e si era fatto bene. Una brava persona, si vedeva che era una brava persona. Avrebbe fatto di più per la gente, se lo avessero lasciato fare, ma adesso era finita: fuori il viso abbronzato e dentro il faccione biondo. Il nuovo Presidente c’era già: profezia fallita, da gettare nella spazzatura delle bufale seducenti insieme a migliaia di altre.

«C’è, il nuovo Presidente, ma non è ancora entrato in carica!» obiettò a se stesso, alzando la voce.

«Come dici?» domandò sua moglie dall’altra stanza.

«Oh, niente» si mangiò le parole.

«Non sarai mica di nuovo a giocare con quelle tue profezie?» lo schiaffeggiò la voce irridente della moglie.

Sua moglie: Svetlana. Era tanto bella che le aveva sempre perdonato tutto. In realtà di chiamava Anna Maria, un nome comune e rassicurante, un bel nome, ma a quindici anni aveva deciso di adottare quel nome, Svetlana, come la figlia di Stalin e non c’era stato verso di farle cambiare idea. Non aveva cambiato idea nemmeno quando le avevano fatto notare che Svetlana alla fine aveva mollato il padre e si era rifugiata nella patria del capitalismo. “Non importa chi sia stata: importa quello che è per me” gli aveva confessato: “per me Svetlana è una rivoluzionaria e una donna libero. È quello che voglio essere io”. Avevano sedici anni e da allora non si erano più lasciati. Era bellissima, lo era per lui, almeno e lui le aveva perdonato tutto, meno le corna, quelle no, anche perché non gliele aveva mai fatte. Svetlana era bellissima e fedele come un cane da guardia. Erano passati tanti anni, troppi, ma lei era ancora molto bella e francamente erano più le cose che lei aveva perdonato a lui, che non quelle che lui aveva dovuto perdonare a lei.

«Allora! Che cazzo stai facendo?» si spazientì Svetlana, dall’altra stanza.

«Che cazzo!» la beffeggiò in silenzio. Laurea in sociologia a pieni voti, dieci anni da bidella precaria in una scuola media e poi l’università: docente titolare di cattedra, in una sezione staccata in provincia, ma titolare di cattedra. Aveva studiato con l’ostinazione di un mulo, aveva dato concorsi, aveva raccolto umiliazioni a piene mani, ma ce l’aveva fatta, alla fine. Ce l’aveva fatta, aveva abbandonato il look da pasionaria e si era imborghesita, ma quel cazzo ogni tre parole era rimasto: era il simbolo della sua ribellione, della sua emancipazione. “Invidia del pene” aveva liquidato la questione lui, una volta, ma poi, guardando quello che la natura gli aveva fornito, si era chiesto cosa mai ci fosse da invidiare.

«Parlano di una profezia…» abbozzò. L’aveva colto con le mani immerse nella marmellata, di nuovo ed era meglio affrontare la situazione a viso aperto, assumendosi la responsabilità delle proprie azioni: ne avrebbe guadagnato in dignità.

«Di cosa si tratta, questa volta?» sospirò Svetlana, col tono che le madri assumono di fronte alle stronzate ripetute dei figli.

«Dicono che il quarantaquattresimo Presidente degli USA sarà l’ultimo».

«Magari!» se ne uscì la rivoluzionaria nascosta nel corpo da pin up della moglie.

«Perché dici così?» protestò lui, anche se conosceva la risposta.

«Ho letto di quella scemenza» cambiò discorso lei, conscia dell’inutilità di iniziare per la millesima volta una discussione che si sarebbe conclusa con lui che riconosceva che lei aveva ragione e le chiedeva scusa. «A prescindere della stupidità insita nel concetto stesso di profezia, come si può dare credito alle parole di una che si chiamava Baba?».

«Il tuo è un giudizio preconcetto» obiettò lui senza troppa convinzione, tanto per mostrare la bandiera prima di battere in ritirata. In effetti Svetlana non aveva tutti i torti, come al solito.

«Cosa vuoi per cena, piuttosto?» rilanciò la moglie.

«Abbiamo qualcosa di pronto, in freezer?» ribatté lui, poco interessato: quello che stava uscendo da internet sulla profezia diventava sempre più interessante e inquietante.

«Oh, c’è di tutto!».

«Grasso, indigesto e gustoso?» propose lui.

«Andata!» rise Svetlana. «Finisco di preparare la lezione e ceniamo: ne ho ancora per un’oretta».

«Bene». Lui avrebbe preparato il tavolo, lei avrebbe infilato i surgelati nel microonde, avrebbero mangiato davanti alla tv, l’avrebbe sbaciucchiata un po’ e avrebbero fatto sesso: nell’ordine, come due perfetti borghesi.

«Alla faccia della rivoluzione!» borbottò concentrandosi sullo schermo del laptop. «Borghesi dal sangue bollente» concesse con un sospiro.

«Interrompiamo le trasmissioni» esplose la bionda con le labbra di ciliegia e il seno sul punto di esplodere sotto la camicetta candida. «Interrompiamo le trasmissioni per una notizia di estrema gravità».

“Estrema gravità?” ripeté sconcertato: quale conduttore televisivo si esprimeva in quel modo? Dovevano aver perso la bussola, in tv!

«Fonti del Pentagono riferiscono che il Presidente Obama si è chiuso nel bunker sotto al Casa Bianca con la valigetta dei codici di lancio dei missili nucleari».

“La valigetta di fine del mondo!”. Amedeo si fece attento, seduto sulla punta della sedia, rigido come una stecca da biliardo.

«La CBS, la CNN e la NBC confermano la notizia» proseguì la bionda quasi senza muovere le labbra. “Botulino?” si domandò Amedeo. “Troppo giovane” scartò l’idea. “Non sai di cosa sono capaci i giovani, soprattutto le donne” sentenziò di rimando.

«Sembra che il Presidente sia solo e non risponda al telefono» aggiunse la bionda, aggrottando le sopracciglia di pochi millimetri.

«Fumo dai silos!» urlò una voce fuori campo sovrapponendosi al viso di marmo della conduttrice. «Sembra che il Presidente abbia dato il via alla sequenza di lancio!».

«Notizie dell’attivazione dei silos dei siti nucleari arrivano da tutto il paese» s’intromise la voce baritonale di un signore compassato in doppio petto e Amedeo lesse frastornato Fox News sul margine inferiore dello schermo.

“Santiddio!”. «Svetlana!» cercò di gracchiare, ma dalla sua gola asciutta non uscì un suono. «Svetlana!» si sforzò inutilmente: la doveva avvisare. Il mondo stava per finire e lei se ne stava davanti alla scrivania a preparare una lezione che nessuna avrebbe ascoltato, ignara di tutto.

Cosa aveva preso ad Obama, il Presidente più equilibrato, razionale e pacifico che mai ci fosse stato? Tanto pacifico da sembrare mite? «Il mondo deve essere stato invaso dagli alieni, si è scoperto circondato da alieni con sembianze umane e sta cercando di distruggerli per salvare quel poco che resta dell’umanità» si disse. «Ricordi L’invasione degli ultracorpi? Deve essere successo qualcosa del genere».

Doveva avvertire Svetlana: cercò di alzarsi puntellandosi sui braccioli della sedia, ma un’immagine sullo schermo lo precipitò sulla sedia.

Il Presidente usciva sorridente sul giardino della Casa Bianca, con la sua valigetta in mano, su uno sfondo di scie candide di missili intercontinentali che si arrampicavano su per il cielo alla ricerca del loro bersaglio.

«I'm sick to hell of wearing the loser mask, mi sono rotto il cazzo di fare il perdente» scandì il Presidente nei microfoni delle emittenti tv tesi sotto il suo naso.

«Mi sono rotto il cazzo!» ripeté Amedeo, che in quel momento non sapeva se essere terrorizzato o divertito. «Mi sono rotto il cazzo!» ripeté mentre qualcuno lo scuoteva prendendolo per una spalla.

Schermo nero, davanti ai suoi occhi, Svetlana, china su di lui nella penombra. «Svegliati!» gridò la donna con voce rotta: «Vieni a vedere cosa succede in tv. Corri!» e lui si alzò, inciampò, sbatté il gomito contro lo stipite della porta e si fiondò nella stanza accanto, con gli occhi velati di lacrime per il dolore, ma si fiondò davanti al televisore.

Un squarcio tra le nuvole, due giovanottoni coperti di piume che soffiavano dentro lunghe trombe d’oro, con le gote gonfie, un lamento squillante feriva l’aria. “Come può un lamento essere squillante?”.

«Succede nei cieli di tutto il mondo!» stava annunciando con voce concitata una conduttrice, che non sapeva se stava facendo lo scoop della sua vita o l’ultimo scoop della sua vita.

«È la fine del mondo!» mormorò Svetlana alle sue spalle con voce rotta.

«È la fine del mondo!» le fece eco la conduttrice, pallida come un cencio, mentre nello studio alle sue spalle la redazione se la dava a gambe travolgendo sedie ergonomiche e scavalcando tavoli carichi di monitor. «Sono le trombe che annunciano l’Apocalisse: la fine del mondo è incominciata!».

«Wow!» si lasciò sfuggire Amedeo. La profezia non era poi tanto sbagliata: il quarantaquattresimo Presidente sarebbe stato davvero l’ultimo.

«O cazzo!» gli fece eco Svetlana.

 

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