Pubblicato Lunedì, 20 Febbraio 2017 10:00

Pax

Pax

Spalancò gli occhi, smarrito. Il brusco passaggio dal sonno profondo al mondo di desolazione che lo circondava lo aveva precipitato in uno stato d’ansia ad un passo dal panico: avevano smesso di sparare. La natura era immobile, intorno a lui: non un alito di vento sotto la luce fredda della luna. “Stanno per attaccare!” realizzò mentre imbracciava il mitragliatore con un gesto automatico. Gli veniva istintivo, oramai, come tirare su col naso, da quando… da quando non ricordava. Aveva la sensazione di essere nato lì, sull’altipiano giallastro e spellato come un cadavere, con gli anfibi nei piedi e il mitragliatore tra le braccia. Eppure una vita prima di finire nella trincea doveva ben averla avuta: non ricordava, in quel momento. “Un uomo senza passato” si autocommiserò scaldandosi la punta delle dita col fiato. Quanto tempo era passato? Non percepiva un suono, anche lontano. “Nemmeno una scoreggia di topo” avrebbe detto il vecchio sergente. Chissà dov’era finito il sergente. Controllò l’orologio schermato ben nascosto sotto il polsino della mimetica: un’ora, tonda tonda, dicevano le lancette verde acqua. Non era mai successo: mai era passata un’ora senza che almeno una raffica di mitragliatrice miagolasse nell’aria. Mai.

Le raffiche delle mitragliatrici scandivano inesorabili il tempo della vita e della morte sull’altipiano e lui al tramontare del sole si raggomitolava in posizione fetale e si addormentava cullato dal battito sordo della calibro 20 del bunker dritto davanti a lui, oltre la terra di nessuno. Di nessuno proprio no: dei cadaveri con la faccia nel fango dell’ultima ondata. “Quand’era stata l’ultima ondata?”. Scrollò le spalle: non ricordava nemmeno se erano stati gli altri o erano stati loro ad attaccare. “Ha importanza?”. No: non aveva importanza. Restava sulla porta della postazione corazzata, chiuso nel sacco amniotico dei suoi pensieri fino al mattino, quando l’odore del caffè ribollito lo destava dal delirio di ricordi e di fantasie. Non riusciva più a distinguerli, i ricordi, dalle fantasie.

Un’ora, un’altra ora e nessuno aveva sparato un colpo. Salì pian piano su per la scaletta di legno e sporse il naso oltre il bordo della trincea: niente e nessuno, nemmeno il bagliore di un’esplosione lontana o il pulsare rossastro di un bombardamento oltre l’orizzonte. «Non c’è più nessuno» gemette sgomento facendo scorrere lo sguardo sul serpentone di trincee che si contorceva sull’altipiano e strisciava sulle collinette arrotondate. “La tana a cielo aperto di un lombrico”. Nessuno. Poi, l’elmetto di Rosalynd venne su come un fungo dalla trincea. Rosalynd, veniva da lui di quando in quando, sul far della sera, quando le prime stelle occhieggiavano tra il filo spinato sul bordo della trincea. Veniva da lui a facevano l’amore in silenzio, ammucchiati in fondo al deposito corazzato, tra i sacchi di sabbia e le cassette delle munizioni. Istinto di autoconservazione e sesso, i due impulsi che si alimentavano l’un l’altro e che lo avevano mantenuto in vita. “Poco più di un animale, o poco meno”. Lui, però, forse l’amava, Rosalynd, forse provava qualcosa per lei e quel sentimento avrebbe potuto elevarlo al di sopra del livello animale. “Perché, i cani, o i pappagallini, non provano affetto l’uno per l’altro?”.

Altri funghi, qua e là, elmetti tondi fin oltre le collinette luccicavano umidi di rugiada. Occhi a palla e bocca asciutta per la tensione, immaginò. Come stava accadendo a lui. L’intero campo di battaglia emanava stupore e preoccupazione e la tensione era palpabile nel silenzio della notte come una sorta di campo elettrostatico sospeso pochi metri sotto il cielo.

I boati sordi, quelli che ti rimbombavano nello stomaco, i gemiti delle granate che cadevano lente, il colpo secco dei fucili dei cecchini, quelli che ti inchiodavano lì dove ti trovavi, l’odore delle latrine e del sangue, no, quello c’era ancora, forse più pungente: tutto svanito nel gelo che precedeva l’alba. “La guerra è finita” ripeté ancora una volta, col nodo alla gola. La guerra era eroismo, era adrenalina, era vita a cento all’ora e soprattutto era produzione ed era mercato, mercato insaziabile e questo voleva dire ricchezza e distribuzione di ricchezza. Niente disoccupazione e le indennità per i caduti e gli invalidi ingrossavano il fiume della moneta circolante. Senza la guerra i consumi si sarebbero fermati e con loro i profitti e questo stava a significare deflazione e recessione, oltre che sovrappopolazione, piaghe che si credevano debellate per sempre. Lo insegnavano a scuola: erano quelle le cause di tutti i mali dell’umanità e così i giovani si arruolavano, c’era sempre la fila davanti all’ufficio di reclutamento e se non si arruolavano volontari, li arruolavano lo stesso. La guerra, oltretutto, garantiva un buon futuro: cinque anni, rinnovabili, con una paga decorosa che mettevi tutta da parte e una buona pensione se servivi la patria per almeno dieci anni, dopo di che potevi fare quello che volevi. Potevi anche morire, vero e da mettere in conto, ma i morti in combattimento non erano in fondo molti di più di quelli causati dagli incidenti stradali ed era un modo meno stupido di morire, sempre che esistesse un modo intelligente per morire.

Guardò speranzoso in cielo, in attesa della scia di uno shrapnel pronto a far sbocciare la sua rosa di palline di piombo, ma restò deluso: il cielo restava ostinatamente immobile, nemmeno una stella cadente. Non ci sarebbero stati vincitori, quando il sole avrebbe cominciato a mettere a nudo le miserie della distesa di trincee: solo vinti, un esercito di sbandati che avrebbe atteso invano l’arrivo del rancio, prima di mettere il mitragliatore in spalla e avviarsi mesto verso casa, alla spicciolata.    

Scese pian piano i pochi scalini di legno e si sedette per terra, davanti al rifugio corazzato. “Cosa farò?” si domandò e una mano delicata si posò sulla sua spalla: Rosalynd, riconobbe il suo profumo. Accarezzò la mano liscia e lei lo cinse con le braccia e premette il viso contro la sua spalla.

«La pace» mormorò la ragazza con un singulto: «non abbiamo mai vissuto un solo giorno senza guerra: come faremo ad affrontare la pace?».

«Cercheremo di sopravvivere» le fece coraggio: «resteremo insieme e sarà tutto più facile».

«Dici?» sussurrò lei, con gli occhi pieni di lacrime.

«Certo! Consideriamola una sorta di vacanza!»

«Come… una convalescenza?».

«Una convalescenza, appunto» convenne, convinto. «Il mondo guarirà, vedrai: guarirà in fretta».

«Sei sicuro?» cercò conferma, abbozzando un pallido sorriso.

«Certo che sono sicuro! La pace?». Scrollò il capo. «Non è mai durata la pace: non più di qualche giorno».

© Copyright 2017 Emidio Dappino

Le correnti del tempo Vol.4

Le correnti del tempo

Siobhan 

Le correnti del tempo - Siobhan 

Emidio Dappino

Le correnti del tempo

La storia dell'uomo che riuscì a scorrere l'impossibile

Le correnti del tempo

L'affaire Stalingrad 

 

Emidio Dappino

Le correnti del tempo

Premiato 
Secondo premio narrativa edita
Quarta edizione, 2015 - Concorso intenzionale di letteratura città di Pontremoli.

Sezione narrativa edita

Le correnti del tempo

Opera selezionata dalla Giuria del premio nazionale Alberoandronico di Roma

anno 2016

Le correnti del tempo

 
 

Le correnti del tempo Vol.3

Le correnti del tempo

Mriya 

 

Emidio Dappino

Le correnti del tempo

Le correnti del tempo

 

Le correnti del tempo Vol.2

Le correnti del tempo

Franziska 

 

Emidio Dappino

Le correnti del tempo

Premiato 
Segnalazione particolare e quarto premio XXXVII premio letterario internazionale Casentino.
Sezione narrativa edita

Le correnti del tempo

Le correnti del tempo

 

Le correnti del tempo Vol.1

Le correnti del tempo

I demoni 

Le correnti del tempo 

Emidio Dappino

Le correnti del tempo

Premiato con medaglia
XXVIII edizione Premio Letterario “Città di Cava de’ Tirreni” 
Sezione narrativa edita

Le correnti del tempo

Vincitore del
"Gran premio della giuria" 
Premio internazionale di poesia e narrativa della città di La Spezia

Le correnti del tempo

Segnalazione d'onore 
Premio Nazionale Letteratura e Teatro Nicola Martucci
Città di Valenzano - 2011

Le correnti del tempo

Le correnti del tempo

 
Protected by Copyscape Web Plagiarism Scanner

Condividi

Seguici su

Powered by CoalaWeb