Pubblicato Giovedì, 22 Giugno 2017 10:00

Al chiaro di Terra

Al chiaro di Terra

Quante probabilità c’erano che una meteorite centrasse un modulo di allunaggio di sedici metri quadrati, l’unico sulla Luna in quel momento? Il numero era costituito da uno zero, una virgola e altri nove zeri, prima di trovare un uno, eppure era successo e il modulo si era dissolto in minuti frammenti proiettati a chilometri di distanza dall’esplosione dei serbatoi. Frammenti della tecnologia più avanzata di sempre, che ci avrebbero messo un paio d’anni per ricadere sulla superficie indifferente della Luna.

Indifferente perché se n’era sempre fregata di tutto, la Luna: dei sospiri degli innamorati, delle lacrime dei cuori infranti, delle canzoni dei fessi. Se n’era fregata perfino dei latrati dei cani e dei lupi mannari, e se ne fregava anche di lui, in quel momento. Di lui che annaspava cieco di paura verso la porta blindata del bunker pomposamente chiamato Campo Luna Uno, cinque stanzette che sapevano di stantio su cui avrebbero dovuto passare undici mesi, prima che arrivasse il cambio. Sei uomini, due donne, una culona invadente e una bionda slavata piena di efelidi e lui, naturalmente: la squadra Selene diciassette. Gliel’aveva detto lui che il diciassette portava male, ma l’avevano guardato come una cacca calpestata dalla folla e non l’avevano degnato di una risposta: l’avrebbero anzi cacciato, se fosse rimasto qualcuno per sostituirlo. Si erano defilati tutti ed erano rimasti solo loro, i nove astronauti più sfigati dell’Agenzia: quelli che non conoscevano nessuno, che erano rimasti sotto la media nei test semestrali e bisognava ammetterlo, anche un po’ bruttini, anzi decisamente brutti.

Brutti, ma non tanto stupidi da non cogliere al volo l’occasione di tagliare la corda e tornarsene sulla Terra a tutta velocità: «Missione fallita, rientriamo» aveva annunciato la voce fredda del pilota e i razzi della nave madre rimasta in orbita si erano accesi prima ancora che la vampata generata dall’esplosione dei serbatoi del modulo si dissolvesse. I razzi si erano accesi e lui era rimasto lì a correre disperato verso una porta di metallo color cachi.

“Perché cachi?” si domandò mentre attendeva impaziente che la porta si chiudesse alle sue spalle e la camera stagna si riempisse d’aria. “Attento a non cagarti addosso, quando sei chiuso nella tuta” gli aveva detto sornione il tecnico della casa produttrice, sulla Terra ed era esattamente quello che aveva fatto e aveva una certa urgenza di uscire di lì, tanta urgenza da dimenticare di annunciare che era ancora vivo, ma non aveva importanza: i razzi erano stati accesi, la nave madre era già ben lontana e nessuno sarebbe tornato indietro, almeno per undici mesi.

Undici mesi da solo, in compagnia di se stesso, la persona più insopportabile che conoscesse. «Undici mesi da solo» fischiettò, faceva sempre così quando era teso: arricciava le labbra e bofonchiava parole miste a fischi, una cosa che aveva cominciato a fare da piccolo, quando cercava di farsi notare dalle quattro puzzone che andavano a scuola con lui e che non lo filavano nemmeno per sbaglio. Meglio solo, comunque, che passare undici mesi a cercare di stabilire giorno dopo giorno chi fosse il gallo del pollaio: meglio solo che lottare per scoparsi la culona o la mozzarella stiracchiata. Avrebbe sempre potuto non partecipare alla competizione, era vero, ma Chi si estranea dalla lotta è un gran figlio di mignotta, liquidò la questione.

Doccia, cambio di biancheria, inventario: acqua e cibo sufficienti per un paio d’anni anche se i rifornimenti avevano preso la rotta della Terra insieme alla nave madre, l’aria si rigenerava da sola e avrebbe potuto cercare di far crescere qualcosa nella serra. Era in una botte di ferro, anzi in una botte di roccia e silicone qualche metro sottoterra, o avrebbe dovuto dire sottoluna? “Comincia male se già adesso dici queste stronzate per sentirti vivo”.

Sottoluna: tutto sotto la superficie, tranne il grande oblò della sala di controllo. «Stiamo studiando un piano alternativo, ti manderemo un nuovo programma di attività» gli avevano detto da Houston e non si erano più fatti sentire, una sorta di arrangiati e non rompere e lui se ne stava lì davanti all’oblò, stravaccato sulla poltroncina ergonomica in ciabatte e maglietta, al chiaro di Terra.

“Vitto e alloggio gratis e un sacco di arretrati, quando tornerò a casa” si consolò per la centesima volta, perché se era vero che là sotto faceva caldo, fin troppo caldo, cibo e bevande erano di prima qualità, il massimo del reidratato e non doveva rendere conto di niente a nessuno, era anche vero che passare la giornata con se stesso era dura, davvero dura. Gli tornavano alla mente tutte le stronzate che aveva fatto nella vita, tutte le situazioni imbarazzanti in cui si era cacciato e non ne poteva più di stare a consolarsi, di cercare giustificazioni e attenuanti e alla fine, di affidarsi ad una scrollata di spalle. Qualcosa nella vita l’aveva fatto, più dei ragazzi del quartiere finiti a fare i commessi al supermercato o delle ragazze finite a spingere una carrozzina a diciott’anni, con la pancia piena del secondo figlio: era diventato astronauta e poi comandante, l’ultimo nella graduatoria dell’Agenzia, ma pur sempre un comandante e adesso era lì a battere il record di permanenza solitaria sulla Luna. «Il primo e unico!» gracchiò alzandosi in piedi di scatto e facendo un giro trionfale intorno alla poltroncina con le mani levate al cielo, anzi al soffitto foderato di silicone candido come la neve.

«Resta lì, nella sala di controllo: non ti schiodare di lì e segnala subito ogni attività sospetta, ogni spostamento di truppe» si era fatto vivo Houston e lui lì era rimasto, obbediente e ligio al dovere, un occhio sui monitor e l’altro sul grande oblò. Gli piaceva guardare la Terra, osservare le luci che si accendevano a blocchi, uno dopo l’altro, con l’avanzare della notte. Immaginava i litigi e i sospiri nelle case con l’arrivo dell’oscurità e immaginava che i sogni della gente prendessero vita, uscissero attraverso le finestre e arrivassero fino a lui sotto forma di polvere di stelle. E lui afferrava con delicatezza quei sogni e li guardava uno dopo l’altro sul grande schermo della vita. Giochi della mente, una mente irrimediabilmente sola, come la sua, ne era consapevole, ma non era riuscito a smettere di fantasticare e a poco a poco l’immaginazione era diventata realtà e la ragione della sua vita. Aspettava il momento in cui il globo immerso nell’oscurità cominciava a scorrere sotto i suoi occhi, si sistemava comodo sulla poltroncina, con bevande e snack a portata di mano, impaziente di cominciare a vivere nei sogni che emanavano dalle lucette lontane migliaia di chilometri e non importava se le nubi nascondevano parte del globo: c’erano sempre abbastanza zone illuminate.

Aveva la sensazione di aver cominciato a vivere nel momento in cui si era seduto davanti al grande oblò, al chiaro della Terra per la prima volta e che la sua vita precedente altro non fosse stata che fumo, una vita fatta di nulla, nascosta da una cortina impenetrabile di fumo e ci si era buttato a capofitto, in quella vita, finché una sera il globo si era presentato buio, avvolto da quella stessa cortina di fumo impenetrabile che aveva avvolto la sua vita ed era rimasto immobile sulla poltroncina, con la mente vuota, ad aspettare di cominciare a sognare, di cominciare a vivere. Aveva aspettato, notte dopo notte, ma il globo era rimasto buio e silenzioso: nemmeno una comunicazione a squarciare il velo, nemmeno un raggio di sole a svelare cosa succedeva sulla superficie.

Aveva aspettato, illudendosi di vedere almeno i titoli di coda del grande film della vita, ma lo schermo era rimasto ostinatamente buio: le luci erano sparite, i sogni erano spariti e con essi la vita, la sua vita e aveva dovuto arrendersi all’evidenza. Aveva trascinato i piedi fino al cesso, aveva pisciato per metà in terra ed era tornato davanti al grande schermo: la decisione era presa. Avrebbe aspettato ancora un po’, tanto per essere sicuro, avrebbe reidratato una bella torta, una di quelle morbide e dolci da far venire nausea e poi si sarebbe affacciato dalla porta cachi vestito così com’era, in maglietta e ciabatte, a prendere una boccata di nulla al chiaro di Terra e si sarebbe dissolto nel vuoto, come i sogni dell’umanità.       

© Copyright 2017 Emidio Dappino

 

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